Vita di Don Giovanni Rossi
Raccontata da Roberto Magni
I primi anni
Don Giovanni è nato a Parigi il 19 febbraio 1887.
Il padre, Giovanni, era originario di Pino; la mamma, Domenica Andreani, di Tronzano; due piccoli paesi all’estremo lembo della sponda lombarda del Lago Maggiore a mezza costa fra le rive del lago e i monti che si protendono verso il confine svizzero. Il territorio offriva scarse risorse e gli uomini, soprattutto i giovani, cercavano all’estero migliori condizioni di vita. E sull’esempio di altri coetanei anche il padre di don Giovanni era emigrato nella capitale francese iniziandovi una modesta impresa per decoratori e imbianchini. Dopo circa due anni venne raggiunto dalla moglie con il primogenito Carlo, nato in Italia.
Don Giovanni nacque in rue Saint Maur 128 e gli fu dato il nome di Giacomo Andrea (nei certificati di nascita e di battesimo si riscontrano divergenze sui nomi: nel primo è scritto Jacques André; nel secondo Jean André Jacques): lo chiameranno Giovanni, e sarà questo il suo nuovo nome, dopo la scomparsa del padre, morto per una polmonite fuminante. “Mamma Domenica”, rimasta vedova, riprese la strada del paese nativo, andando a vivere con i suoi genitori a Ronco di Bardo, una piccola frazione di Tronzano sulla strada di Pino.
In quella zona vennero per qualche tempo i Padri Oblati di san Carlo per supplire i Parroci mancanti. Nella vita dei due fanciulli rimarranno sempre indimenticabili P. Carlo Brovelli e P. Giovanni Pelenghi. Nel 1896 essi avviarono al Seminario di San Pietro Martire Carlo, ormai dodicenne. La partenza del fratello recò un grande dispiacere a Giovannino: veniva meno il compagno inseparabile di giochi e poi, per non essere da meno di lui, voleva seguirlo. La mamma non poteva sobbarcarsi la doppia spesa e i Padri Oblati l’anno successivo fecero accogliere il piccolo Giovanni nel collegio dei Padri Barnabiti di Cremona, per gli studi ginnasiali. Con la quarta ginnasio, superati alcuni disturbi polmonari che minacciavano di fargli interrompere gli studi, anche Giovanni cominciò a frequentare i Seminari milanesi: da San Pietro Martire a Monza e infine a Milano.
Dotato di molta intelligenza e di una memoria eccezionale aveva grande capacità di apprendere e senza grandi sforzi compi il corso degli studi, concluso poi con il dottorato in Sacra Teologia. Alla vigilia dell’ordinazione il Rettore del Seminario Maggiore gli comunicava, secondo la prassi tradizionale, la sua destinazione: in Arcivescovado come Segretario del Cardinale.
Il 5 giugno nel Duomo di Milano dalle mani del Card. Andrea Carlo Ferrari riceveva la consacrazione sacerdotale. Aveva 22 anni e tre mesi.
Dodici anni con il Cardinal Ferrari
Nel suo lungo episcopato milanese il Cardinal Ferrari visse certamente uno dei periodi più travagliati della Chiesa in Italia per la crescente azione anticlericale e le aspre lotte sociali segnate dai primi moti rivoluzionari. Di fronte agli immensi bisogni religiosi e sociali, ai problemi della famiglia, della scuola, della vita pubblica, del mondo del lavoro, egli profuse ogni energia per evangelizzare la fede e tutelarne i diritti, con un vasto movimento di stampa, di azione cattolica e di ogni altra forma di attività adatta a penetrare in mezzo al popolo per richiamarlo alla vita cristiana.
Fece ancora echeggiare il motto destinato a divenire celebre: “bisogna uscire dalle sacrestie! Noi preti non bastiamo più; non possiamo andare ovunque né avvicinarci a tutti, perché impediti da tanti pregiudizi nei nostri riguardi. Ai laici invece è più facile”. A questi laici, soprattutto ai giovani, rivolse il suo appello per invitarli a portare Gesù Cristo nel cuore della vita sociale con un programma sempre più intenso di azione cattolica e di organizzazioni sociali.
In questa atmosfera Don Giovanni ebbe modo di formarsi a una vita fortemente interiore, assetata di apostolato e di santità, di vivere e far propria l’ansia del grande Arcivescovo per una animazione cristiana e moderna del proprio tempo. Amava ripetere: “il Cardinal Ferrari fu per me il Padre e la Madre del mio spirito. Tutto ebbi da Lui: soprattutto la fede e l’amore a Nostro Signore Gesù Cristo”. Raramente il Cardinale esortava quanti stavano accanto a lui con la parola, ma incessantemente li infiammava con il suo ardore e li sospingeva con il suo esempio.
Don Giovanni visse con lui per quasi dodici anni, fino alla morte del santo Arcivescovo. Fu un periodo determinante per tutta la sua vita. Mentre attendeva alle sue mansioni di segretario, il Cardinale incitava Don Giovanni a esercitarsi nel parlare e nello scrivere, dicendo: quello che non si sa, si impara. Ebbe anche l’incarico di interessarsi della nascente Parrocchia di S. Maria del Rosario in Milano. Ma ben presto Don Giovanni si incontrò con i giovani che sempre più numerosi e vivaci si muovevano nell’Arcivescovado. Fu nominato Vice Assistente della Federazione Giovanile Milanese. La sua partecipazione al movimento giovanile divenne ancora più intensa e fattiva all’inizio della prima guerra mondiale quando, dopo il richiamo alle armi della maggiore parte degli iscritti, le associazioni trovarono un rinnovato slancio e un più rigoglioso sviluppo con i giovanissimi.
Venne poi la fondazione della Gioventù Cattolica Femminile che da Milano in breve tempo si diffuse per tutta l’Italia. Dopo alcuni mesi di preparazione, il nuovo movimento veniva ufficialmente inaugurato dal Card. Ferrari nella Chiesa di S. Sepolcro la prima domenica di Quaresima del 1918.
Assistente Ecclesiastico Diocesano della Gioventù Cattolica Maschile e di quella Femminile, Don Giovanni divenne il grande animatore di una attività sempre più intensa da un estremo all’altro dell’immensa Diocesi. E mentre si dilatavano tante opere sociali, economiche, politiche, nella Gioventù Cattolica maschile e femminile si formavano – nelle cosiddette scuole di propaganda – gruppi di giovani che si dedicavano all’apostolato della parola per fare conoscere anche fuori della Chiesa la persona e la dottrina di Gesù Cristo.
Nel fervore frenetico di tanta attività riusciva difficile, se non impossibile, stabilire una distinzione precisa fra l’iniziativa del Cardinale e quella del suo segretario. Don Giovanni ha sempre lasciato cadere il discorso a questo riguardo, senza approfondirlo anche di fronte a valutazioni o apprezzamenti alle volte arbitrari.
Viene comunque spontaneo pensare a una duplice prospettiva: da una parte il timore di togliere al Padre e Maestro anche una minima parte di benemerenza; dall’altra l’opportunità di salvaguardare con il prestigio e la porpora del Cardinale le idee alle volte troppo nuove e ardite di un giovane prete di circa trent’anni.
L’Università Cattolica e la Casa del Popolo
Negli ultimi anni di episcopato il Cardinal Ferrari sognava di coronare la sua attività pastorale con due nuove opere, quasi ultimo frutto delle sue profonde intuizioni: l’Università Cattolica e la Casa del Popolo.
L’Università, nella prospettiva di quel tempo, per illuminare col pensiero cristiano i più assillanti problemi del momento e preparare le forze direttive della vita sociale e politica del paese.
La Casa del Popolo per dare alle masse, che dalla campagna si muovevano verso la città, una conveniente assistenza per le varie esigenze economiche, professionali, culturali e religiose e raccogliere gli uffici delle organizzazioni cattoliche.
Nel pensiero del Cardinale le due opere, pur con la propria fisionomia, dovevano completarsi e convergere verso una medesima finalità. E all’inizio furono tanto unite che Don Giovanni, mentre attendeva alla Casa del Popolo, fu anche il primo Segretario del Comitato di Fondazione dell’Università.
Il 30 settembre 1920 il Cardinal Ferrari dava l’annuncio alla Diocesi della nuova Università, approvata da. Papa Benedetto XV; e il 10 novembre, uscendo per l’ultima volta dall’Arcivescovado, poteva ammirare e benedire in Via Santa Sofia il vasto terreno acquistato per costruire la Casa del Popolo.
Per assicurare la vita della Casa del Popolo e delle varie iniziative di apostolato, nella primavera del 1920 Don Giovanni espose al Cardinale una idea che da tempo andava maturando: invitare i migliori elementi della Azione Cattolica maschile e femminile a formare una Comunità di laici totalmente consacrati all’apostolato. Il cardinale per diversi mesi trattenne il primo schema di Statuto, rispondendo a ogni sollecitazione di voler esaminare e pregare. Il 17 novembre 1920, dal letto del suo martirio firmò l’approvazione in esperimento per tre anni della Comunità di San Paolo divenuta poi Compagnia di San Paolo.
Dopo la morte del Cardinal Ferrari don Giovanni e i primi membri della nuova Comunità si impegnarono alacremente nella realizzazione della Casa del Popolo, subito denominata Opera Cardinal Ferrari. Immediate furono le difficoltà e le reazioni verso un progetto ritenuto troppo imponente e grandioso, ma il lavoro proseguì con slancio e ardimento. Il vecchio palazzo di Via Santa Sofia venne restaurato e nella festa di San Giovanni del 1921, mentre ancora duravano i lavori ci fu la presa di possesso e l’avvio delle prime attività: opere assistenziali, scuole, un refettorio, un pensionato. Ogni angolo della casa veniva utilizzato al massimo, alle volte alternando l’uso di uno stesso locale per diversi scopi secondo le ore del giorno e della notte! Nella cappellina dedicata alla Regina degli Angeli si tenevano le funzioni religiose della Comunità e per tutta la giornata la solenne adorazione eucaristica; ogni giovedì una veglia notturna. Era quella la fonte di ogni entusiasmo e di ogni fervore.
Cominciarono poi i lavori per un nuovo edificio su Via Mercalli, al lato opposto del vasto terreno. Venne pure allestita una tipografia per la stampa delle prime pubblicazioni, fra le quali il Piccolo, iniziato come quotidiano di piccolo formato (da qui il nome) ma costretto dalle contrarietà incontrate a trasformarsi in settimanale, con le sole cronache dell’Opera.
Divenne così l’organo dell’Associazione Cardinal Ferrari, la grande famiglia degli amici e dei sostenitori delle varie iniziative di apostolato sociale. Su quelle pagine don Giovanni cominciò le sue lettere nelle quali per tanti anni avrebbe sempre trasfuso il suo entusiasmo e il suo slancio apostolico. Altre pubblicazioni ebbero risonanza e rilievo: Il Carroccio, Alba, La Festa, Il Corrierino.
Nell’autunno 1923 le varie attività trovarono una sistemazione più conveniente e adeguata nel nuovo palazzo di Via Mercalli: il Segretariato del Popolo, l’Ufficio collocamento, l’Ufficio legale, l’Ufficio assistenza agli ex carcerati, le scuole diurne, serali estive tecniche, professionali di arti e mestieri (per le quali sarebbe venuto in seguito un apposito edificio), l’Ufficio Pellegrinaggi, pensionati per universitari e operai, cucine popolari, gruppi ginnici e sportivi, e una banda per rallegrare le varie manifestazioni che si susseguivano nella casa.
La nuova Cappella veniva dedicata alla Regina degli Apostoli. L’attività si estese ben presto alle scuole di Monza, Gallarate e Vaprio d’Adda per poi allargarsi in Italia e all’estero. Nell’estate 1923 la prima spedizione a Gerusalemme per aprirvi una casa; sul finire del 1924 a Roma; nel 1926 a Venezia, Genova e Parigi, fra gli emigranti italiani delle banlieux e gli universitari del quartiere latino. Nel 1927 Bologna, con l’Avvenire d’Italia, la Casa di Redenzione Sociale di Niguarda e infine il balzo oltre l’oceano, a Buenos Aires.
Seguire il ritmo travolgente di quegli anni sarebbe impresa ardua per chiunque: a un programma comune di lavoro, ogni casa aggiungeva la propria esperienza dettata dalle esigenze locali. Don Giovanni era in continuo movimento da una casa all’altra, con lunghi e frequenti nottate in treno per tutto animare, incoraggiare, stimolare. Gioie e consolazioni non mancarono in tanto fervore di attività, ma nemmeno le difficoltà, gli ostacoli, le incomprensioni, le sofferenze, e anche il continuo questuare per sostenere tante opere. Il peso e le difficoltà economiche diventarono sempre più forti e gravose per il rapido sviluppo di tante iniziative e per i mutamenti del mondo sociale e politica
Il fallimento economico
La crisi scoppiò nella primavera 1930, dopo l’acquisto di un palazzo per il pensionato universitario a Parigi.
L’iniziativa aveva riscosso ampi consensi e larga solidarietà, ma una violenta e settaria campagna della stampa anticlericale e anti-italiana fece venir meno all’improvviso gli aiuti promessi. Le ripercussioni in Italia furono drammatiche e il 10 giugno 1930 quando ormai sembrava vicina una schiarita, si ebbe il fallimento della società anonima in cui convergeva la vita economica.
Don Giovanni, quale capo, ne assunse ogni responsabilità e ne subì tutta l’umiliazione, con forza eroica e coraggio visse momenti quanto mai dolorosi di solitudine e abbandono. Alla fine del 1931 fu poi costretto a lasciare la carica di superiore della Compagnia e la direzione delle sue attività.
Il Signore, quando chiude una finestra apre sempre una porta, era solito ripetere e così avvenne proprio mentre egli si trovava ormai a una svolta della sua vita.
Nel Natale del 1925 la Compagnia aveva compiuto dei tentativi missionari fra gli emigranti italiani a St. Etienne e Grenoble in Francia e a Charleroi nel Belgio; e nella Pasqua del 1926 li aveva ripetuti fra gli italiani delle banlieux di Parigi. La felice esperienza continuò con nuovi sviluppi negli anni successivi con le Missioni tenute a Salerno, Taranto, Reggio Calabria, Siracusa, Pisa e proseguì poi con maggiore intensità e frequenza.
Nell’autunno 1932 Don Giovanni, dall’isola di Pantelleria, prese a dirigere il movimento missionario che per tanti anni lo avrebbe portato attraverso tutte le regioni italiane, dai piccoli centri alle grandi città. Seppe intuire subito il valore e l’importanza della strada che la Provvidenza gli apriva per una nuova forma di apostolato più direttamente rivolto al popolo, in piena rispondenza alle esigenze – già prima intraviste, ora ancora più evidenti – prospettate dai mutare dei tempi e delle situazioni sociali del paese.
L’azione dei laici, inserita nella tradizionale predicazione missionaria dei sacerdoti, cominciò a trovare uno sviluppo e una valorizzazione organica e coordinata. Il campo si estese dalla chiesa verso le piazze, i crocicchi delle strade, i luoghi di studio e di lavoro, i locali pubblici. La predicazione venne sempre più incentrata in Gesù Cristo, la sua persona, la sua dottrina, la sua grazia, e animata da un grande senso di speranza e di ottimismo, per esaltare la bellezza della virtù più che detestare il vizio; cantare l’infinita misericordia di Dio più che minacciarne la giustizia e il castigo.
Don Giovanni giunse in tal modo a, formare gradualmente quello stile e quel metodo che avrebbero dato grande risonanza alle “Missioni Paoline”.
Il lavoro missionario fece poi maturare l’idea dello “Studium Christi”, pensato come un centro dove l’azione rapida e fugace della missione avrebbe trovato il suo approfondimento attraverso lo studio, la ricerca, la documentazione, i corsi di cultura cristiana.
Le difficoltà e gli ostacoli, non solo all’esterno, furono frequenti e dolorosi: l’apertura alle nuove visioni di apostolato non era sempre ben compresa, alle volte interpretata come incoerenza e rinnegamento del passato.
In Assisi
Nel dicembre 1939, dopo alcuni mesi di dolorose vicende e di grandi angosce originate essenzialmente da una diversa visione della Compagnia e dell’orientamento delle sue attività di apostolato, don Giovanni fu costretto a lasciare la Compagnia San Paolo. La sofferenza fu indicibile, ma non si lasciò abbattere! E subito pensò a un nuovo cammino.
Spesso ripeteva: “chi ha una sola idea ha sempre paura di perderla perché rimarrebbe a mani vuote. Chi ha tante idee non teme di lasciarne qualcuna, ne ha sempre qualche altra a sua disposizione!”. E la nuova idea, o forse meglio una fioritura dell’ideale primitivo, si realizzò nella Pro Civitate Christiana.
Il 4 dicembre 1939 il Vescovo Mons. Giuseppe Placido Nicolini con pronta sollecitudine aderiva alla richiesta di Don Giovanni e paternamente lo accoglieva in Assisi col piccolo gruppo che intendeva seguirlo per costituire un nuovo movimento di apostolato laicale.
Il Natale 1939 segnò la costituzione ufficiale della Pro Civitate Christiana. Alla vigilia Mons. Nicolini ne aveva firmato il Decreto di erezione canonica approvandone lo Statuto. Il primo gennaio 1940 sulla tomba di San Francesco nelle mani del Vescovo i primi membri della nuova compagnia apostolica – 2 sacerdoti, 5 giovani, 13 signorine fecero la loro consacrazione impegnandosi a conoscere, amare, servire, evangelizzare N.S. Gesù Cristo.
La vita dell’Associazione si organizzò fra l’oratorio San Francescuccio e Via San Francesco. Nell’artistica chiesetta medioevale si alternavano le funzioni collettive alle soste personali, mentre nelle festività si rinnovavano le liturgie notturne.
La casa di Via San Francesco, vicino all’antico arco del Cavalieri, costituì il centro delle prime attività. Agli inizi sembrava fin troppo spaziosa e quasi a fatica si riempiva. Ma ben presto divenne troppo angusta. Nei primi mesi prevalse largamente il lavoro missionario e sempre più rapide si facevano le corse attraverso le regioni d’Italia per Missioni, tridui, conferenze. Gradualmente presero poi l’avvio altre iniziative.
Nel giugno 1940 comparve – tanto attesa – La Rocca, allora molto modesta nelle sue quattro pagine. Seguirono le Edizioni, la Villeggiatura Sociale, gli Esercizi Spirituali e, nell’agosto 1940, il primo Corso di Studi Cristiani. Mentre la rivista settimanale La Festa proseguiva la sua vita, uscì Il Regno, una ricca pubblicazione trimestrale di studi cristiani, che raccolse i più illustri studiosi e scrittori del momento. Tutte e due furono portate vie dalla guerra.
Negli ultimi mesi del 1941 in uno scantinato ebbe il suo inizio l’Osservatorio Cristiano. I momenti tragici della guerra costrinsero a segnare il passo, mentre il risultato di tanti sforzi fatalmente si disorganizzava.
La ripresa, nel dopoguerra, fu ardua quanto un nuovo inizio. Vennero riprese le diverse attività interrotte e se ne avviarono delle nuove in sintonia con le mutate esigenze. Nel 1947 ebbero particolare impulso i Raduni, i Convegni Giovanili, gli Incontri per Lavoratori.
La Cittadella
Nel frattempo veniva maturando l’idea della Cittadella Cristiana.
Si cominciò a parlarne e a scriverne per interessare gli amici e trovare aiuti per la sua realizzazione. Quando si stava per iniziare il primo edificio all’improvviso parve tutto crollare: Don Giovanni per tre lunghi mesi fu costretto alla più completa immobilità in una clinica romana. Fu un periodo di grande sgomento, il 7 ottobre 1950, festa della Madonna del Rosario, vennero poste le prime fondazioni. Gli avvenimenti successivi ebbero del prodigioso.
Del tutto inatteso comparve in Assisi il dott. Furio Cicogna il quale al termine della sua visita disse a Don Giovanni: voi pensate a predicare e a lavorare; io penserò alla Cittadella. Il 21 aprile 1951 divenne così una nuova data storica per la Pro Civitate Christiana.
La sorpresa fu tanto grande che nessuno riusciva a credere, ma i fatti con la loro concretezza dissiparono ogni dubbio. La prima costruzione, già avviata, prosegui subito con ritmo più intenso. Altre ne seguirono e nel settembre 1953 il nucleo centrale della Cittadella era una realtà: Cappella, Uffici, Ospitalità, Anfiteatro, giardini. Seguirono nel 1956 l’Auditorio, nel 1960 il palazzo dell’Osservatorio Cristiano, nel 1964 il nuovo complesso dell’Ospitalità. Nella nuova sede la vita dell’Associazione potò organizzarsi in modo più organico e unitario consentendo un maggiore incremento delle attività svolte in Assisi.
Nacquero nuove iniziative per il mondo della cultura e del lavoro: concorsi drammatici, commissioni artistiche, convegni per scrittori, artisti, cineasti, musicisti; incontri per dirigenti e lavoratori delle aziende, la Marcia delle Fede per gli universitari. L’Osservatorio Cristiano, da parte sua, diede sviluppo alla documentazione cristiana con la Galleria d’Arte moderna, la raccolta iconografica, la biblioteca, lo schedario bibliografico, la raccolta di dischi e musiche.
Lo sviluppo delle attività in Assisi impose, necessariamente, qualche limitazione all’attività missionaria che sempre era proseguita nelle città italiane. Il rammarico fu vivo e sincero, confortato però dalla certezza che si trattava della sostituzione parziale di una attività con altre ugualmente utili e preziose, tutte dirette all’unico scopo: l’avvento del Regno di Cristo e il bene dei fratelli.
Un prete sul serio
Don Giovanni fu sacerdote per oltre 66 anni, e di giorno in giorno sempre più amava il suo sacerdozio.
Ne era orgoglioso e fiero. Diceva negli ultimi anni: “è bello essere preti. . . se dovessi ricominciare la mia vita farei ancora il prete!”
Visse il suo sacerdozio con piena consapevolezza e grande senso di dignità, anche nel suo comportamento esteriore. Soprattutto lo visse con profonda convinzione interiore. Quanti lo avvicinavano erano sempre colpiti dal fascino della sua persona. Molte volte ripetevano: è veramente un prete… è un prete sul serio.
Don Giovanni amò intensamente i sacerdoti: per molti e molti anni predicò Corsi di Esercizi Spirituali e tenne giornate di ritiro per il Clero, portò la sua parola nei Seminari regionali e diocesani. Quanti sacerdoti, dopo quegli incontri, non lo hanno potuto dimenticare per tutta la vita!
Amava ripetere: “per un sacerdote la S. Messa è tutto”. E nella sua lunga vita la Messa fu sempre al centro di ogni giornata. Con sforzo e fatica volle celebrare fino a tre giorni prima della morte. Ripeteva spesso: “celebra la Messa come se fosse la prima, l’ultima, l’unica”. E lasciò scritto: “la più bella Messa sia la mia morte”. E il Signore accolse il suo desiderio: mentre accanto alla sua camera si celebrava la Messa, durante la consacrazione egli compì il suo sacrificio.
Egli ebbe ancora una fede ferma e viva nella presenza di Gesù Cristo nell’Eucarestia e il suo amore lo ha sempre portato dall’altare al tabernacolo. Amava l’adorazione personale, ma ancora più le solenni adorazioni pubbliche.
Ricordava spesso come i momenti più belli della sua vita le veglie eucaristiche con i giovani dell’Azione Cattolica milanese in San Raffaele; le nottate nelle Cappelle della Compagnia San Paolo in Via Santa Sofia e Via Mercalli; le solenni adorazioni e le grandi veglie eucaristiche della sua vita missionaria, in tante città d’Italia.
Don Giovanni fu un apostolo ardente e un annunciatore instancabile di Cristo. Amava la folla e le grandi manifestazioni; non per un senso di trionfalismo, ma perché, diceva: la folla chiama folla; l’entusiasmo si accende e dilaga. Godeva immensamente nel parlare nelle chiese affollate e nelle grandi adunanze nei teatri, nei luoghi di lavoro, sulle piazze.
Sapeva trovare sempre le espressioni più opportune e adatte per esprimere le grandi verità della fede. Non si sentiva uomo di cultura, ma sapeva accostarsi anche alle grandi intelligenze, sempre per portare una parola penetrante di fede, tutti conquistando con il suo sorriso. Amava ripetere: “per noi missionari è più facile parlare che tacere!”.
Come fondamento di ogni suo apostolato Don Giovanni ha sempre avuto un amore e un attaccamento quanto mai fermo verso la Chiesa e il Vicario di Cristo. Ogni apostolato viene dalla Chiesa e solo la Chiesa può dare il mandato di evangelizzare Gesù Cristo. E solo nella perfetta comunione con la Chiesa e con il suo Capo si può evangelizzare.
Non solo lo affermava con la parola, ma ne era perfettamente convinto e in questa certezza sempre ha vissuto e lavorato in tutta la sua lunga vita, conclusa in Assisi nel pomeriggio di lunedì 27 ottobre 1975, all’età di 88 anni e otto mesi.


